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         PELLEROSSA AMERICANI




PELLEROSSA AMERICANI



L'ARCO
 

Per una cultura tradizionale strettamente legata alla natura, come quella degli indiani nordamericani, la fabbricazione e l’utilizzo di archi e frecce rappresentavano molto più di una semplice questione di sopravvivenza.

I nativi delle praterie nordamericane fanno parte della memoria e dell’immaginario di tutti coloro che ricordano avventure cinematografiche celebri come quelle del “Piccolo grande uomo” o di “Un uomo chiamato cavallo”, fino ad approdare in anni più recenti a “Balla coi lupi”. Probabilmente non vi è arciere tradizionale che nel tendere il suo arco verso un bersaglio non abbia immaginato, per un istante almeno, di essere il cacciatore di una tribù Sioux, Cheyenne o Comanche impegnato nel non mancare il colpo per uno scopo ben più drammatico che aumentare il proprio punteggio in una competizione sportiva.



Tipica faretra delle praterie munita di custodia per l’arco.



Gli indiani impareggiabili cavalieri

L’aspetto tipico degli indiani delle praterie che è passato alla storia è quello di cavalieri impareggiabili, cacciatori di bisonti e abitatori dei grandi “tipi”, le tende coniche degli accampamenti stagionali. La cultura di questi popoli era più complessa di quanto possa apparire ad una prima occhiata ed era fondata in primo luogo sulla comprensione e sull’adattamento all’ecosistema fatto di suolo, acqua, piante e animali con i quali i nativi sentivano una profonda continuità biologica. Il concetto di “animale” non esisteva neppure nella loro mentalità. I Lakota (o Sioux se preferite) parlando delle aquile avrebbero fatto riferimento alla “nazione dell’aquila” né più né meno che parlando di un altro gruppo umano. Al contempo, queste culture non erano statiche ma in continua evoluzione, aperte agli scambi e capaci di rinnovarsi mantenendo fede ai propri principi spirituali. E l’arco rappresentava uno strumento di eccezionale importanza, dal quale il cacciatore non si separava mai anche durante gli spostamenti, portandolo appeso alle spalle in una propria custodia allacciata alla faretra in cui erano riposte le frecce. Una faretra tipica che si diffuse probabilmente nel corso del XVIII secolo con l’introduzione nelle praterie del cavallo che, allevato con grande passione dagli indiani, ne modificò non solo le tecniche di caccia ma anche il relativo equipaggiamento. Furono preferiti archi più corti perché fossero meno ingombranti per chi doveva usarli da un cavallo al galoppo e questi strumenti dovevano essere incordati da un arciere senza che fosse necessario smontare dal proprio destriero.


Due archi rinforzati con tendine:
quello a destra è rivestito con pelle di crotalo

La caccia al cervo e al bisonte

Nei boschi delle regioni montuose e lungo le rive dei fiumi che attraversavano le praterie, si praticava anche la caccia al cervo avvicinandosi cautamente o tendendo agguati, ma la caccia per eccellenza per i nativi delle praterie era quella al bisonte, durante la quale squadre di cacciatori a cavallo diretti dai più esperti affiancavano o circondavano le mandrie abbattendo un certo numero di capi. Il cavaliere galoppava con un cavallo ben addestrato a pochi passi dal fianco del bisonte e scoccava la freccia in modo tale che potesse passare tra le costole e ferire in profondità gli organi interni. Ogni parte delle prede veniva rispettosamente utilizzata, non solo per l’alimentazione ma per la fabbricazione di oggetti tra cui proprio archi e frecce. Archi che i nativi delle praterie costruivano in legno o in legno e tendine, mentre rari e pregiati erano quelli ricavati dal corno di pecora selvatica delle Montagne Rocciose. In genere ogni tribù utilizzava il legno migliore presente sul suo territorio, adattando la progettazione dell’arco alle caratteristiche di quel materiale. L’arco poteva essere semplicissimo e diritto ma in qualche caso i flettenti erano lievemente ricurvi. Il profilo più comune era a doppia curvatura, cioè con l’impugnatura rientrante verso l’arciere. In molti casi i flettenti si restringevano sui lati prima delle nocche per la corda, forse per diminuire la massa alle estremità ed aumentare così la resa dell’arco. Allo stesso modo le impugnature venivano spesso incavate sui lati per facilitare la presa e ridurre quelli che noi oggi chiameremmo “problemi di spine”. Le tribù meridionali usavano in prevalenza il legno giallo di osage orange (Maclura pomifera). Comanche e Kiowa fabbricavano archi lunghi dai 130 ai 140 centimetri che non erano quasi mai rinforzati con il tendine grazie alle particolari doti di elasticità di questo legno.


Il metodo qui raffigurato era utile per incordare un arco corto, se necessario anche in groppa al cavallo.

Artigianato e spiritualità

Gli Omaha, che vivevano più a nord, usavano anche loro archi di solo legno, però fabbricati in frassino, olmo o con una varietà americana di carpino detta talvolta ironwood (legno-ferro). Cheyenne e Lakota invece di solito impiegavano archi più corti, dai 100 ai 120 centimetri, fatti di frassino o hickory e rinforzati con tendine sul dorso per renderli più veloci e durevoli. Altri legni documentati nella regione erano il ginepro e un tipo di ciliegio del genere Padus. Ogni nativo conosceva le tecniche di base per fabbricarsi archi e frecce ma vi erano individui particolarmente stimati per le loro capacità, di solito uomini anziani che non avevano più parte attiva nelle battute di caccia. Le corde degli archi si ottenevano da tendine ritorto e lo stesso tendine veniva impiegato per fissare impennature e punte all’asta delle frecce. Nelle praterie la maggior parte delle aste da freccia era ricavata dai rametti diritti di un arbusto imparentato strettamente con il nostro sanguinello (Cornus sanguinea).

Le impennature erano in genere lunghe e basse in modo da dare alla freccia una buona stabilizzazione senza frenarla troppo e le penne preferite erano quelle degli uccelli rapaci, perché indicavano il trasferimento alla freccia, in quanto strumento di caccia, delle qualità del predatore. Allo stesso modo alcuni archi venivano rivestiti con la sottile pelle del serpente a sonagli, un essere proverbiale per i suoi scatti fulminei verso la preda. Questo atteggiamento può apparire strano per la nostra mentalità materialista, ma una cosa è certa, l’indiano americano non si sentiva solo nell’universo ed era fermamente convinto di poter comunicare con gli altri ospiti del pianeta terra. In origine le punte delle frecce erano fabbricate in selce o in osso, ma nel periodo del cavallo si diffuse tra le tribù delle praterie l’uso di punte in acciaio ottenute tramite il commercio con gli europei. Le frecce erano nel complesso più corte delle nostre, dato che raramente superavano i 65 centimetri di lunghezza totale.

Uno dei più comuni metodi di tiro dei
nativi delle praterie. Un ciuffo di crine di cavallo
decorava spesso l’estremità superiore dell’arco.


Il metodo di pinzare la cocca tra l’indice e il pollice

La tecnica di tiro prevedeva variabili sia tribali che soggettive, anche se il metodo più comune era quello di pinzare la cocca della freccia tra l’indice e il pollice usando le altre due o tre dita per fare forza direttamente sulla corda. La freccia scorreva generalmente sul lato sinistro dell’impugnatura ed era molto frequente che l’arciere stringesse con la mano dell’arco una o due frecce pronte all’uso. Gli indiani delle praterie erano noti per la sorprendente velocità con cui erano in grado di scoccare le frecce in successione da un cavallo in corsa, in particolare durante i combattimenti.


Punte in metallo o in osso erano utilizzate a caccia o in combattimento.


 Le lunghe impennature venivano fissate con tendine e collagene naturale.

Quando un arciere moderno utilizza repliche degli archi delle praterie costruite senza alterarne le caratteristiche originali, può rimanere perplesso. Sono molto corti e non si adattano a trazioni di 28 o più pollici, come sono corte del resto le loro frecce. La distanza impugnatura-corda (brace) è bassa, in genere non oltre i quattro pollici per rendere più agevole l’incordatura dell’arco e ridurre l’affaticamento dei corti flettenti di legno, che si sarebbe tradotto in una marcata tendenza alla rapidità del tiro e alla precisione a breve distanza, obiettivi perfettamente soddisfatti dal suo maneggevole equipaggiamento. La famigliarità con il suo uso sin dall’infanzia completava poi il tutto.



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17/06/2011 scritto da BATENZO