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               SALUTE


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EPATITE C

L’epatite C è una malattia infiammatoria del fegato di origine infettiva. La trasmissione è dovuta al virus HCV (Hepatitis C Virus), individuato per la prima volta nel 1989 dai ricercatori dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta. Il virus attacca le cellule epatiche e circola nel sangue, può essere evidenziato in diversi tessuti extra-epatici ed è in grado di riprodursi anche al di fuori del fegato.

La malattia è spesso asintomatica, oppure presenta un quadro clinico sfumato, con sintomi lievi e aspecifici. In ogni caso, sia nelle forme acute sia in quelle croniche, i sintomi compaiono molto tardi (dopo dieci- vent’anni o più) rispetto al momento in cui è avvenuta l’infezione.

Il decorso ha un andamento variabile da individuo a individuo: nel 15-20% dei soggetti la guarigione è spontanea; nell’80% dei casi la malattia cronicizza, danneggia gravemente il fegato evolvendo in cirrosi epatica (che può portare a epatocarcinoma), imponendo spesso il ricovero ospedaliero e risultando a volte fatale. Il motivo di queste differenze può essere legato a caratteristiche individuali del paziente o alla presenza di fattori aggiuntivi di danno epatico (come l’uso di bevande alcoliche), oltre che alla tipologia dell’infezione.

Esistono 6 genotipi del virus dell’epatite C (1, 2 , 3, 4, 5 e 6); ciascun genotipo a sua volta comprende un numero variabile di sottotipi (a, b, c ecc.); il più frequente e difficile da trattare per la ridotta risposta alla terapia è il genotipo 1b.

Il virus dell’epatite C si trasmette tramite sangue o fluidi corporei infetti; quindi la malattia può essere contratta o per via parenterale tramite trasfusioni di sangue o di emoderivati, o per via percutanea, cioè in seguito all’impiego di aghi o strumenti infetti.
La trasmissione del virus ha subito una battuta d’arresto con l’individuazione dell’agente eziologico della malattia nel sangue nel 1989 e l’introduzione di test di screening sul sangue, che ha notevolmente ridotto la trasmissione tramite sangue o emoderivati.

Negli anni ’60-’70, prima della scoperta del virus, hanno contribuito alla diffusione dell’infezione: l’impiego di strumenti non adeguatamente sterilizzati e utilizzati per più pazienti in chirurgia ambulatoriale, le cure odontoiatriche, l’agopuntura e l’utilizzo di siringhe di vetro. Oggi l’impiego di materiale usa e getta ha eliminato questa fonte di contagio.

Restano comunque componenti a rischio: pratiche estetiche (manicure e pedicure) con strumentario non personalizzato, tatuaggi e piercing e ogni altra procedura invasiva con strumenti non monouso, i rapporti sessuali non protetti (soprattutto nel caso di più partner), scambio di rasoi, spazzolini da denti, forbici.

Sono categorie a rischio: tossicodipendenti o ex-tossicodipendenti; soggetti che hanno subito trapianti, donazioni di sangue, interventi chirurgici o odontoiatrici prima del 1990; soggetti con numerosi partner sessuali (mentre non comporta rischio l’attività sessuale frequente con lo stesso partner).

L’epatite C cronica è un problema di sanità pubblica in crescita. Secondo le stime, nel mondo le persone infettate sarebbero ormai prossime ai 200 milioni, con 3-4 milioni di nuovi casi ogni anno.
In Europa si contano circa nove milioni di portatori cronici di HCV, in America 13 e nel Sud Est asiatico 3210.

Tra i pazienti HIV-positivi (ovvero portatori del virus che causa l’AIDS), 1 su 3 è infettato anche dal virus dell’epatite C, poiché i fattori di rischio legati allo stile di vita sono simili per entrambe le popolazioni.

Attualmente, l’infezione da HCV è la principale causa di malattia epatica cronica e di trapianto di fegato in Europa e negli Stati Uniti. È responsabile di circa il 20 % dei casi di epatite acuta, del 70 % delle epatiti croniche, del 20 % delle cirrosi allo stadio terminale (lesioni cicatriziali del fegato) e del 60 % dei casi di carcinoma epatocellulare (cancro al fegato).

Secondo stime dei CDC, negli Stati Uniti il numero annuale dei decessi per patologie epatiche terminali correlate all’epatite raggiungerà i 30-40mila casi entro il 2010, a meno di cambiamenti nella storia naturale della malattia. Sulla base di tali previsioni, nel prossimo decennio la mortalità da HCV a livello mondiale sarà impressionante, considerando l’ampia diffusione della patologia.

In Italia, l’incidenza delle epatiti legate al virus C è in lenta e progressiva diminuzione: ogni anno la percentuale di nuovi casi è pari al 3-5% del totale. Questa riduzione è dovuta essenzialmente all’individuazione nel 1989 dell’agente eziologico della malattia e l’adozione di comportamenti più sicuri, con successiva riduzione del contagio.

In relazione alle fasce d’età, solo lo 0,2-0,5% dei soggetti infetti ha meno di vent’anni, il 5% ha un’età compresa tra 20 e 40 anni; le principali sacche di infezione si trovano tra gli ultrasessantenni, tra i quali l’incidenza può superare il 30%.

L’incidenza di infezioni croniche nella popolazione generale adulta varia, in relazione all’area geografica, dal 3,2% al 12,6%. In generale, si riporta una maggiore frequenza di casi al Sud, dove in alcune aree si arriva anche al 20%.

L’epatite C è l’infezione virale più comune negli Stati Uniti e ne sono affetti circa 4 milioni di americani. In molti pazienti si sviluppa un’infiammazione cronica del fegato, e circa il 20% delle persone con l’epatite C si ammala di cirrosi, una grave e talvolta mortale degenerazione del fegato. La cirrosi fa aumentare il rischio di tumore epatico.

L’epatite si diffonde tramite contatto con il sangue e altri fluidi corporei, ma la modalità di trasmissione resta sconosciuta in una buona percentuale di infezioni. Le persone che si scambiano siringhe per iniettarsi della droga hanno un alta probabilità di contrarre la malattia.

Sono stati riportati diversi casi di disfunzioni erettili in uomini affetti da epatite C, ma non è chiaro se la causa di tali problemi sia da imputare al virus stesso, o alla scarsa funzionalità del fegato che è conseguenza della malattia. È anche probabile che tali disfunzioni siano causate dall’interferone-alfa, un medicinale usato nella cura dell’epatite C.

Il gruppo del dottor Clodoveo Ferri dell’Università di Pisa, in Italia, ha messo a confronto la frequenza di comparsa di disfunzione erettile in 207 uomini affetti da epatite C e in 207 uomini in buona salute. Secondo la relazione pubblicata nel numero del 14 agosto del Journal of the American Medical Association, il 39% degli uomini affetti da epatite C presentava problemi di erezione, mentre nei soggetti sani la percentuale si riduceva al 14%.

I risultati dello studio evidenziano che sarebbe proprio il virus stesso ad avere un ruolo diretto nel causare problemi di erezione; secondo i ricercatori l’insufficienza epatica e la terapia con interferone-alfa non sembrano influire sulla probabilità di avere disfunzioni erettili, anche se sono le prime ipotesi causali ad essere citate nei vari lavori clinici.

«Sia l’insufficienza epatica sia l’interferone-alfa potrebbero contribuire alla disfunzione erettile, e la cura dovrebbe essere adattata al singolo individuo», riporta il gruppo del dottor Ferri.
I ricercatori suggeriscono che il trattamento antivirale potrebbe alleviare la disfunzione erettile e raccomandano che tale approccio sia studiato in esperimenti clinici. Essi consigliano inoltre ai medici di considerare l’infezione da epatite C tra le possibili cause quando diagnosticano una disfunzione erettile.

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02/09/2011 scritto da BAT-ENZO