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Le vere ragioni della guerra alla Libia

Soltanto menzogne da parte dei media internazionali: bombe e missili sono presentati come uno strumento di pace e di democratizzazione. Questa non è un'operazione umanitaria. La guerra alla Libia apre soltanto un nuovo teatro di guerra.

Ci sono già altri scenari aperti e attivi da tempo nella regione centro-asiatica in Medio Oriente, in Palestina, Afghanistan e Iraq. Questo con la Libia si sta solo rivelando il quarto teatro di guerra USA-NATO in Nord Africa.

Tutti quanti sono funzionalmente collegati tra loro e fanno parte del piano militare dell'agenda USA-NATO. Vediamo perchè...


Il bombardamento della Libia è stato pianificato dal Pentagono diversi anni fa, come confermato dall'ex comandante generale della NATO Wesley Clark. L'Operazione Odyssey Dawn (titolo dell'operazione contro Gheddafi in Libia) è stata riconosciuta come "il più grande intervento militare occidentale nel mondo arabo dopo l'invasione dell'Iraq iniziata esattamente otto anni fa".

A cosa si deve tale pianificazione e come mai c'è stata tanta urgenza e premura nel dare inizio a questo conflitto?

Questa guerra è indubitabilmente parte delle operazioni belliche nate a causa della conquista dei giacimenti petroliferi. La Libia, infatti, è tra le economie petrolifere più grandi del mondo con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio (più del doppio di quelle degli Stati Uniti).



L'obiettivo di fondo è quello di ottenere il controllo del petrolio e delle riserve di gas della Libia con la scusa di un intervento umanitario.

Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare diretto contro la Libia, condotto da USA e NATO, sono di vasta portata. L'operazione Odyssey Dawn è parte di un più ampio piano militare che comprende il Medio Oriente e l'Asia Centrale e che consiste nell'ottenere il controllo e la proprietà di oltre il 60% delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale.

Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelli dell'Egitto), la Libia è la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria. Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono pari a 20,6 miliardi di barili, stando ai dati della Energy Information Administration.

Un'operazione militare di queste dimensioni e grandezza, che prevede la partecipazione attiva di numerosi membri della NATO e dei paesi partners, di certo non può essere stata improvvisata all'ultimo momento, ma, molto probabilmente, si trovava in una fase di pianificazione avanzata poco prima dei movimenti di protesta avvenuti in Egitto e in Tunisia.

L'opinione pubblica è stata indotta a credere che il movimento di protesta si fosse diffuso spontaneamente dalla Tunisia e dall'Egitto verso la Libia. Ma non è così.

L'insurrezione armata in Libia orientale è stata direttamente supportata da forze straniere ed è stata pianificata e coordinata seguendo la tempistica delle già pianificate operazioni militari. Non è poi un caso se le forze ribelli a Bengasi hanno subito issato la bandiera rossa, nera e verde con la mezzaluna e la stella: la bandiera della monarchia di re Idris, che simboleggiava il dominio delle ex potenze coloniali. (Cfr. Manlio Dinucci, "When historical memory is erased" , Global Research, 28 febbraio 2011)

Le forze speciali statunitensi e britanniche sono state infatti notate e segnalate sul posto sin dall'inizio e il loro fine era quello di "aiutare l'opposizione".

Siamo così di fronte a una tabella di marcia militare, ad una cronologia di eventi e di intelligence non improvvisati ma pianificati con cura.

Finora, il piano di bombardamento ha provocato innumerevoli vittime civili, segnalate dai media con il termine "danni collaterali" quando non attribuite alle forze armate Libiche.

Tuttavia, per amara ironia, la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell'ONU assegna alla NATO un mandato "per proteggere i civili".

Ecco il testo: "(Art. 4) La risoluzione, adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, autorizza gli Stati membri che hanno informato il Segretario Generale, che agiscono a livello nazionale o tramite organizzazioni o accordi regionali, ed in cooperazione con il Segretario Generale, di adottare tutte le misure necessarie, in deroga al paragrafo 9 della risoluzione 1970 (2011), per proteggere i civili e le zone popolate da civili che sono sotto la minaccia di un attacco nella Regione Libica, compresa Bengasi, pur escludendo una forza di occupazione straniera di qualsiasi forma su qualsiasi parte del territorio libico, e chiede agli Stati membri interessati di informare immediatamente il Segretario Generale delle misure da essi adottate, in forza della delega conferita dal presente paragrafo, che devono essere immediatamente comunicate al Consiglio di Sicurezza (risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Libia: No Fly Zone e altri provvedimenti , 18 marzo 2011).

La risoluzione delle Nazioni Unite garantisce alle forze della coalizione carta bianca per impegnarsi in una guerra totale contro un paese sovrano in deroga al diritto internazionale e in violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Favorisce inoltre anche gli interessi finanziari dominanti: non solo consente alla coalizione militare di bombardare un paese sovrano, ma consente anche il congelamento dei beni, mettendo così a rischio il sistema finanziario della Libia
.

Ecco, infatti, cosa recita il testo della risoluzione: "(Art. 19) Decide che il congelamento dei beni imposto dai paragrafi 17, 19, 20 e 21 della risoluzione 1970 (2011) si applica a tutti i fondi, ad altre attività finanziarie e risorse economiche che sono sui loro territori, che sono posseduti o controllati, direttamente o indirettamente, dalle autorità libiche, ...."

In nessuna parte della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU viene menzionata la questione del cambio di regime. Eppure è chiaro che le forze di opposizione riceveranno una parte del denaro confiscato ai sensi dell'articolo 19 della risoluzione 1973.

In realtà discussioni in tal senso sono già avvenute con i leaders dell'opposizione. Questa si chiama cooptazione e frode finanziaria. Leggiamo l'art. 20: "Afferma la sua determinazione ad assicurare che i beni sequestrati ai sensi del paragrafo 17 della risoluzione 1970 (2011), in una fase successiva, saranno messi al più presto a disposizione e per il bene del popolo della Libia."

Per quanto riguarda, infine, l' "Attuazione dell'embargo sulle armi" al paragrafo 13 della risoluzione, c'è scritto che le forze della coalizione si impegneranno a far rispettare, senza eccezioni, un embargo sulle armi alla Libia. Eppure, sin da subito, questo articolo è stato violato in quanto le forze della coalizione hanno concesso forniture di armi alle forze di opposizione a Bengasi.

I concetti sono ormai capovolti, con una logica totalmente distorta: pace, sicurezza e protezione del popolo libico, devono essere raggiunti attraverso attacchi missilistici e bombardamenti aerei.

L'obiettivo dell'operazione militare non è la protezione dei civili, ma un cambiamento di regime e la disgregazione del paese, come in Jugoslavia. Ovvero la scomposizione della Libia in diverse partizioni. Non è un caso se la formazione di uno Stato separato nella zona di produzione del petrolio della Libia orientale fosse stato previsto da Washington alcuni anni fa.

Concludendo, è bene ricordare quanto dichiarato, appena una settimana prima dell'attacco, dal direttore dell'intelligence nazionale James Clapper, il quale ha sottolineato, in una testimonianza alla Commissione per i Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti, che "la Libia ha notevoli capacità di difesa aerea", "la politica di Obama mira all'abbandono della carica da parte di Gheddafi, ma questo difficilmente accadrà perchè Gheddafi non ha alcuna intenzione di lasciare il paese", "il regime ha molte forniture militari e può contare su un esercito ben addestrato, su unità solidamente equipaggiate, compresa la 32° brigata, che è comandata dal figlio di Gheddafi, Khamis, e sulla 9° Brigata".

"La maggior parte dei suoi armamenti consistono di difese aeree di costruzione russa, artiglieria, carri armati e altri veicoli. Gheddafi, dopo l'Egitto, controlla il più grande sistema di difesa aerea del Medio Oriente", ha aggiunto Clapper.

Effettivamente, il sistema di difesa comprende circa 31 siti di missili terra-aria e un complesso radar focalizzato sulla protezione della costa mediterranea dove si trova l'80 o 85 % della popolazione. Le forze di Gheddafi, stando a Clapper, possiederebbero anche gran numero di missili anti aerei a spalla.

Tutto ciò fa pensare che l'operazione Odyssey Dawn potrebbe portare ad una guerra di lunga durata con conseguenti significative perdite USA-NATO.




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05/04/2011 scritto da BATENZO