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vulcanologia




 

NEWS 2010


25.09.2010
 Vulcani: perforazioni ai Campi Flegrei

Roma, 25 set. (Apcom) - Tra qualche giorno si perfora l’area vulcanica più pericolosa al mondo, quella dei Campi Flegrei: Campi Flegrei Deep Drilling Project (Cfddp) è la sigla di un grande esperimento scientifico internazionale, probabilmente il più importante esperimento al mondo nel campo della vulcanologia.
 Il progetto, che ha avuto una fase di elaborazione di cinque anni, mira a studiare in maniera diretta, anche attraverso perforazioni crostali, l’area vulcanica a più alto rischio al mondo data l’alta urbanizzazione, ossia i Campi Flegrei, ad Ovest del centro urbano di Napoli, che includono buona parte della città stessa come i quartieri di Fuorigrotta, Bagnoli ed Agnano. Il fine è quello di diminuire drasticamente il rischio vulcanico nell’area, attraverso la conoscenza dettagliata della struttura profonda e lo studio diretto dei meccanismi che generano sia le eruzioni che i fenomeni di bradisisma.

Il progetto Cfddp entrerà nel vivo nei primi giorni di ottobre, con la perforazione del ’pozzo pilota’ che raggiungerà i 500 metri di profondità, calibrazione per la successiva perforazione di un pozzo profondo 4 km, che studierà da vicino la parte più importante dell’apparato vulcanico. La perforazione profonda, parte cruciale dell’esperimento, arriverà a perforare rocce con temperature fino ad oltre 500°C; inoltre, dall’andamento delle temperature misurate in profondità, sarà in grado di determinare la profondità del magma, localizzato a profondità molto maggiore. Il ’bradisisma’, parola di radice greca che vuol dire ’sisma lento’ o ’terremoto lento’, è stata coniata per definire i fenomeni di intenso sollevamento ed abbassamento del suolo che caratterizzano quest’area da almeno due millenni.

I fenomeni di bradisisma hanno interessato l’area in maniera evidente anche recentemente, quando, tra il 1969 ed il 1985, il livello del suolo nel porto di Pozzuoli salì di 3.5 metri, con punte nel tasso di sollevamento, raggiunte nel 1984, di alcune decine di centimetri al mese. Le aree vulcaniche come i Campi Flegrei, chiamate ’caldere di collasso’, rappresentano la categoria di vulcani più esplosivi al mondo. Sebbene la maggior parte delle eruzioni da queste aree sia di piccola o moderata entità, le eruzioni più forti dette ’ignimbritiche’, fortunatamente molto rare, sono le uniche capaci di generare catastrofi globali, ed alcune di loro, nel passato, hanno probabilmente generato estinzioni di massa.
Le aree più note di questo tipo, oltre ai Campi Flegrei, sono ad esempio Yellowstone (USA), Santorini (GR), Ywo Jima (J). L’importanza del progetto Cfddp "sarà enorme - spiega l’Ingv - non solo per la mitigazione del rischio vulcanico nell’area ma anche per il salto di qualità nella conoscenza del vulcanismo più esplosivo sulla terra, quello delle caldere di collasso. Inoltre, lo studio dettagliato di una delle aree con il sottosuolo più ’caldo’ al mondo, sarà un’incredibile opportunità per studiare le potenzialità e le migliori tecnologie di sfruttamento di quella che, specialmente in Italia, potrà essere l’energia del futuro, pulita, rinnovabile e capace di sostituire, anche in termini quantitativi, i combustibili fossili ed il nucleare".


 
23 SETTEMBRE 2010
Buco da 4 km nel Vesuvio per scongiurare eruzione, ma alcuni esperti non sono d’accordo

I geologi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Napoli hanno allo studio un progetto di perforazione, lunga circa 4 chilometri in profondità, su un lato del Vesuvio per studiare i rischi di eruzione.

L’iniziativa, a cui la rivista Nature dedica un articolo, suscita però le critiche di altri scienziati per i quali il "buco" verrà praticato nel punto sbagliato, i Campi Flegrei nella zona di Pozzuoli, e potrebbe incrementare i rischi della popolazione.

A ottobre partiranno le operazioni di scavo dei primi 500 metri di sondaggio, spiega Giuseppe De Natale, che coordina il progetto, mentre nella primavera 2011 si procederà alla perforazione fino a quota 4000 metri. I vulcanologi stimano che il magma si trovi 7000 metri sotto la superficie della caldera. Studiarne composizione e movimenti potrebbe aiutare a prevenire una probabile eruzione del vulcano ai cui piedi abitano 1,5 milioni di persone. L’ultima è avvenuta nel 1538. L’ostacolo più grande per De Natale e i suoi è la temperatura interna del vulcano, 500-600 gradi centigradi. "Nessun progetto simile ha mai affrontato tali temperature", ha spiegato l’esperto a Nature, che ha anche raccolto il parere contrario di Benedetto De Vivo, docente di geochimica presso l’Università di Napoli: "Il buco? Inutile farlo lì". (Apcom)


NEWS ottobre

    I vulcani: pericolosi mostri dormienti

L’eruzione del vulcano Merapi nell’isola di Giava, che ha provocato finora circa 30 vittime, è abbastanza normale nel grande paese asiatico, che è la prima zona vulcanica al mondo, con circa 130 vulcani attivi.

La nostra Terra infatti è tutt’altro che un corpo inerte: al contrario, è un pianeta dinamico, la cui crosta esterna (la litosfera) non è come il guscio rigido di una noce, ma piuttosto come un complesso puzzle sferico formato da diversi pezzi che si incastrano fra loro.


LE ZOLLE TETTONICHE - Questi pezzi sono chiamati "placche" o "zolle", che si muovono - sia pure lentissimamente - le une rispetto alle altre. I punti di giunzione di queste placche sono ovviamente più deboli rispetto alle zone ove la superficie terrestre è integra. da quei punti possono sfogarsi, attraverso diversi fenomeni, i gas sotterranei e il magma (rocce fuse) che si trovano sotto la litosfera. I punti di sfogo più spettacolari sono i vulcani, dai cui crateri sfugge il magma fuso e incandescente sospinto dalla pressione dei gas sotterranei.


I DIVERSI TIPI DI ERUZIONE - Le eruzioni sono di diversi tipi, classificati a seconda delle caratteristiche e degli effetti. La suddivisione più generale è in eruzioni effusive ed esplosive. Nel primo caso, dal cratere del vulcano fuoriescono colate di lava incandescente che avanzano finché, raffreddandosi, le rocce fuse non si solidificano. L’Etna ci gratifica spesso di eruzioni di questo tipo. L’eruzione esplosiva è invece si determina quando il cratere del vulcano col tempo ha finito per essere occluso da materiale solido. Questo blocca i gas sotterranei finché la loro pressione non diventa sufficiente a far deflagrare il sistema come una vera e propria bomba. Un’eruzione di questo tipo è accompagnata da scosse sismiche e soprattutto dal proiettarsi all’intorno di materiali pericolosissimi: gas tossici, ceneri incandescenti, lapilli (ovvero destriti di roccia roventi) che provocano vastissime distruzioni. Pompei venne distrutta da una eruzione di questo genere da parte del Vesuvio.


VULCANI SEMPRE IMPREVEDIBILI - La scienza non è in grado, allo stato attuale, di prevedere né quando avverrà esattamente un’eruzione, né di che tipo sarà. Un vulcano può rimanere inattivo per secoli e poi ricominciare a eruttare. Può dar luogo, successivamente o contemporaneamente, a eruzioni di diverso tipo. Esistono fenomeni premonitori, che nelle zone a rischio (come i territori che circondano il Vesuvio) gli scienziati seguono attentamente. Ma nessuno è in grado di dire con precisione quando il mostro dormiente deciderà di svegliarsi.



28.10.2010
Aggiornamento Stromboli

Un periodo di spattering continuo è cominciato poco dopo le ore 09.35 (locali = GMT+2) del 17 ottobre 2010 presumibilmente da una delle due bocche poste all’estremità settentrionale dell’area craterica dello Stromboli. Tale attività è andata avanti per quasi due ore per poi essere seguita dalla normale attività esplosiva intermittente.
Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre l’hornito situato nell’area S (lato Sciara), dopo un’iniziale attività di spattering, ha prodotto una piccola effusione lavica da una bocca apertasi alla sua base. La colata lavica dopo aver attraversato la terrazza craterica in direzione N si è addossata al cono intracraterico settentrionale e quindi si è incanalata tra questo e il cono di scorie delle bocche meridionali (vedi foto qui sopra) espandendosi nel sottostante pianoro a formare un piccolo delta lavico. L’attività effusiva dall’hornito è andata avanti fino alla sera del 23 ottobre con una modesta emissione lavica. Nella giornata del 24 ottobre questa bocca ha manifestato una scarsa attività ma poco dopo la mezzanotte è ripresa una forte attività di spattering che non è stato possibile seguire nella giornata del 25 ottobre a causa delle pessime condizioni meteorologiche presenti sulla sommità del vulcano.

Dalla sera del 23 ottobre in concomitanza con la cessazione dell’emissione lavica intracraterica l’attività esplosiva dalla bocca più settentrionale dell’area N è andata aumentando d’intensità ed ha prodotto per tutta la notte e soprattutto nella mattina del giorno dopo (24/10) una serie di forti esplosioni con notevole fuoriuscita di materiale grossolano (bombe e brandelli lavici) che ricadendo fuori dal cratere mantellava l’orlo della terrazza craterica e si riversavano sulla Sciara del Fuoco. Questa fase dell’attività è poi bruscamente terminata a fine mattina (10.38 GMT) per lasciare il posto alla normale attività esplosiva osservata nei giorni precedenti.

Le due bocche (lato Pizzo) situate nell’area S hanno prodotto esplosioni di materiale fine d’intensità media (altezze dei lanci di cenere minori di 150 m sopra la terrazza craterica) con una frequenza media di 2-4 eventi/h.

Attualmente (27 ottobre) l’attività dello Stromboli sta continuando ai consueti livelli medi-bassi.
Ingv-CT-


26.10.2010
Giava: migliaia in fuga dal vulcano Merapi in eruzione. Le prime foto





In Indonesia è allarme, non solo per il terremoto con devastante tsunami di ieri, ma anche e
soprattutto per il vulcano Merapi che ha iniziato a eruttare pochi minuti fa.

Il vulcano, che sorge nell’isola indonesiana di Giava, ha sprigionato a tre riprese nubi e ceneri vulcaniche nell’ultima ora. E’ l’inizio dell’attività eruttiva, che era attesa da giorni. "Abbiamo avvertito tre esplosioni verso le 18 (le 13 italiane, ndr), che hanno mandato ceneri fino a un chilometro e mezzo di altezza e nuvole di vapore lungo i pendii" del vulcano, ha dichiarato il responsabile della sorveglianza dei vulcani in Indonesia. Le autorità avevano alzato ieri al massimo il livello di allerta di fronte all’imminente rischio di eruzione del Merapi, 2.968 metri di altitudine.
Le stesse autorità già da ieri avevano ordinato lo sgombero di circa 19mila residenti che abitano alle pendici del Merapi.

Secondo il reggente della provincia di Sleman Sri Purnomo, più di 1.300 persone già ieri si erano rifugiate nei ripari di emergenza e sono tre i distretti localizzati nella zona del Merapi dove la popolazione deve essere allontanata. Più di 10.000 persone vivono nel versante orientale della montagna e altre 40.000 vicino al vulcano. Volontari, soldati e funzionari hanno aiutato donne, bambini e anziani a lasciare la zona pericolosa nel raggio di 10 km dal vulcano, mentre altri sono riusciti a fuggire da soli.

"Per prima cosa abbiamo mandato via le persone più vulnerabili, ovvero donne, vecchi e bambini, ha riferito Teguh Raharjo, un funzionario dell’Agenzia che si occupa della protezione civile nella provincia di Yogyakarta. "Finora oltre 1.000 persone sono nei rifugi. Questo è solo l’inizio e ci aspettiamo che il numero continui ad aumentare".

Un altro appello alla fuga è stato lanciato dal vicepresidente Boediono, che ha esortato i rifugiati ad aumentare i livelli di vigilanza. "L’energia emessa dal monte Merapi al momento non è la stessa del 2006 e questo è un messaggio per aumentare l’attenzione", ha detto Boediono, aggiungendo che tutti devono essere pronti al peggio.
Al momento, gli evacuati sono circa 20mila, ma le autorità hanno avvertito altre 11.400 persone di prepararsi a una "urgente evacuazione".
Il vulcano "ruggisce", e aveva iniziato già all’alba a eruttare cenere dai crateri minori. "L’energia continua a crescere. Speriamo si plachi, altrimenti rischiamo una eruzione di proporzioni che non vediamo da anni", ha detto il vulcanologo Surono.

Il vulcano Merapi, di 2.968 metri di altezza, è situato in zona densamente popolata dell’isola di Giava. Da giorni mostra una maggiore attività sismica con centinaia di scosse, colate di lava e di cenere vulcanica. L’ultima eruzione del vulcano, avvenuta nel 2006, ha ucciso due persone. Nell’eruzione del 1994 morirono 60 persone mentre nel 1930 si registrarono 1.300 morti.


26.10.2010
Iniziata l’eruzione del vulcano Merapi

Giacarta, 26 ott. - E’ iniziata l’eruzione attesa del vulcano Merapi a Giava, il piu’ attivo dell’arcipelago indonesiano. Lo riferiscono le autorita’ locali che da ieri hanno disposto l’evacuazione dei 19.000 residenti alle pendici del cono che raggiunge 2.914 metri. (AGI)


25.10.2010

Situazione Stromboli

COMUNICATO DEL 25/10/2010
(Aggiornamento alle 09:15 ora locale)
Questo comunicato è relativo all’analisi dei segnali sismici effettuata presso la sala di monitoraggio
 della sezione INGV di Napoli (Osservatorio Vesuviano), dove sono centralizzati i segnali della rete sismica a larga banda che opera sullo Stromboli.
Attualmente sono acquisiti i dati da 12 delle 13 stazioni che compongono la rete. L’attività sismica registrata nelle ultime 24h ha presentato le seguenti caratteristiche (tempi GMT):
- L’analisi dei sismogrammi ha evidenziato 3 segnali sismici associabili ad eventi franosi. Uno di questi segnali, di piccola entità, è riferibile all’area della Sciara del Fuoco. I restanti due segnali, di moderata entità, sono ben visibili alla stazione STRD facendo supporre una localizzazione nel settore meridionale dell’isola.
- L’ampiezza del tremore si è mantenuta generalmente su valori bassi fino alle 21:00 circa di ieri, poi è passata bruscamente su valori alti che tuttora persistono.
-Il conteggio degli eventi Very Long Period (VLP) fornisce un valore di circa 9 eventi/ora.
- L’ampiezza dei segnali VLP è generalmente su valori bassi, con qualche evento di ampiezza
 medio-bassa.
-La localizzazione della sorgente dei segnali VLP mediante analisi della semblance non mostra
variazioni significative.
- I parametri di polarizzazione del segnale sismico nella banda di frequenza VLP non mostrano
 variazioni significative.
- L’ampiezza degli explosion-quakes è su valori bassi.
ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA
MONITORAGGIO SISMICO DELLO ST


13.10.2010
Terremoti: 725 comuni Italiani ad alto rischio

Sono 725 i Comuni italiani potenzialmente interessati da un alto rischio sismico, mentre quelli a medio rischio sono 2.344.

Nelle zone ad alto rischio risiedono 3 milioni di abitanti, nei secondi 21,2 milioni; il 40% della popolazione italiana risiede dunque in zone a elevato rischio sismico. E’ quanto emerge il primo ’Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, al Campidoglio. E sempre in zone a elevato rischio sismico si trovano - si legge nel 1/o Rapporto Cng-Cresme - 6,3 milioni di edifici, 27.920 scuole e 2.188 ospedali. Lo studio ricorda poi che il 60% degli 11,6 milioni di edifici italiani a prevalente uso residenziale e’ stato realizzato prima del 1971, mentre l’introduzione della legge antisimica per le costruzioni in Italia e’ del 1974. Dal dopoguerra (1944) al 2008 ’’il costo del dissesto idrogeologico e dei terremoti e’ stato di 213 miliardi di euro, con un investimento di 27 miliardi di euro solo dal 1996 al 2008’’ ha annunciato il presidente del Consiglio nazionale dei Geologi Piero Antonio De Paola: ’’una spesa ingente ma inefficace - ha concluso - per la pianificazione non completa e che quando c’e’ viene elusa e per la mancanza di un centro di coordinamento’’.(ANSA)

Ecco una fotografia della popolazione residente e degli edifici pubblici in zone a elevato rischio sismico in Italia, su stime fornite dal centro studi del Consiglio nazionale geologi su dati Cresme/Si 2010 e Protezione civile 2006:

--------------- REGIONE POPOLAZIONE A RISCHIO SCUOLE OSPEDALI
--------------- PIEMONTE 136.485 398 33
--------------- VALLE D’AOSTA
--------------- LOMBARDIA 171.436 224 24
--------------- TRENTINO AA ---- -- --
--------------- VENETO 551.473 729 55
--------------- FRIULI V.G. 674.704 995 82
--------------- LIGURIA 211.658 114 11
--------------- E-R 1.308.443 1.650 196
--------------- TOSCANA 2.768.539 2.864 248
--------------- UMBRIA 785.776 826 43
--------------- MARCHE 1.486.289 1.767 202
--------------- LAZIO 1.764.181 2.521 249
--------------- ABRUZZO 703.802 1.352 90
--------------- MOLISE 267.061 383 29
--------------- CAMPANIA 5.318.763 4.608 259
--------------- PUGLIA 824.503 798 54
--------------- BASILICATA 508.975 704 34
--------------- CALABRIA 2.009.330 3.130 189
--------------- SICILIA 4.665.992 4.856 390
--------------- SARDEGNA ---- --- ---
--------------- ITALIA 24.147.410 27.920 2.188.


05.10.2010
Prima mappa sottomarina della faglia di Sant’Andrea



Mappata per la prima volta la sezione della faglia di Sant’Andrea che si estende nel mare. Il lavoro, realizzato a tre dimensioni, secondo gli autori, potra’ aiutare a ricostruire la storia sismica di quest’area e il potenziale sismico futuro.

L’area mappata da un gruppo di ricerca coordinato dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e dalla Oregon State University, si estende dal tratto di mare di fronte a San Francisco fino alla terminazione della faglia, alla congiunzione di tre placche tettoniche a largo di Mendocino, in California. La faglia di Sant’Andrea e’ una faglia geologica che si estende per circa 1.200 chilometri attraverso la California, tra la placca nordamericana e la placca pacifica.

E’ nota per i devastanti terremoti che si sono verificati nelle sue vicinanze, come il violentissimo sisma che colpi’ San Francisco del 1906. E’ divisa in tre segmenti: meridionale, centrale e settentrionale che e’ quello mappato. La sezione marina e’ la meno conosciuta e per esplorarla e mettere a punto la mappa a tre dimensioni il gruppo di ricerca ha usato sonar e fotocamere digitali. ’’Collegando questo modello a 3-D con altri studi sull’attivita’ sismica dell’area potremo comprendere meglio la storia sismica della regione e il potenziale sismico futuro della faglia’’ ha osservato uno degli autori principali dello studio, il geologo e geofisico marino Chris Goldfinger, della Oregon State University in Corvallis.

A oltre un secolo dal terremoto di San Francisco del 1906 il gruppo sta esplorando la faglia anche con l’obiettivo di verificare se e’ vera la teoria secondo cui vi e’ una relazione fra grandi terremoti e diversita’ biologica. Evidenze mostrano che fluidi attivi e venti di gas hanno dato vita, nella sezione marina della faglia, a un ecosistema unico e mai esplorato. ’’Questa e’ un’area attiva sia dal punto vista tettonico sia chimico’’ ha osservato l’altro coordinatore della ricerca il biologo Waldo Wakefield del Noaa. ’’Sto cercando - ha aggiunto - caratteristiche topografiche e chimiche che supportino la vita chemiosintetica, che estrae l’energia di cui ha bisogno dai gas dissolti nelle acque. Sto cercando nelle mappe delle colonne d’acqua e nelle immagini del fondale per cercare le comunita’ biologiche’’. (ANSA)
 
 

NEWS novembre

   

10.11.2010 
Il Merapi continua a eruttare: 191 morti e 340mila sfollati.

Continua, ormai dal 25 ottobre, l’eruzione del Merapi, vulcano indonesiano. Gas, cenere e lapilli hanno creato una nube che arriva a cinque mila metri di quota nell’atmosfera: alcuni villaggi circostanti il vulcano sono stati devastati e il trasporto aereo funziona a singhiozzo.

Sono 191 i morti accertati, ma altre decine di persone sono disperse e, soprattutto, ben 340 mila sono stati evacuati e allontanati dal vulcano. Centinaia di migliaia di capi di bestiame sono già rimasti uccisi, e secondo alcuni esperti l’eruzione potrebbe durare ancora a lungo.






02.11.2010
Australia: scoperto per caso un vulcano sottomarino

Una spedizione di scienziati australiani ha scoperto ’per caso’ un raro vulcano estinto, nelle profondita’ marine al largo della costa sudovest del continente. Il vulcano sottomarino ha forma di cono, un diametro di 800 metri e un’altezza di 200, e si trova a 2000 metri di profondita’ a 185 km dalla costa.

E’ stato soprannominato ’Anna’s Pimple’ (il brufolo di Anna) dal nome della ricercatrice che lo ha avvistato per prima, a bordo della spedizione dell’Istituto di ricerca e Sviluppo di Adelaide. Gli stessi ricercatori hanno ammesso che si e’ trattato di un colpo di fortuna: durante le rilevazioni si sono accorti di una punta che emergeva da un fondale che si pensava composto di sedimenti soffici.

La sua origine risale a 48 milioni di anni fa, spiega lo scienziato capo dell’Istituto, prof. David Currie, che ha espresso l’emozione sua e dei colleghi per la scoperta. Rilievi subacquei al largo dell’isola di Tasmania e della Nuova Zelanda si sono dimostrati luoghi ricchi di biodiversita’, con molte nuove specie, e Currie si augura che questo sia il caso anche per Anna’s Pimple. ’’Sono come piccole isole’’, ha spiegato al quotidiano Adelaide Advertiser. ’’Sono circondati di sedimenti soffici, per cui le forme di vita che si sono sviluppate su questi rilievi sono spesso uniche’’. Currie e i suoi colleghi stanno programmando una seconda spedizione per scoprire quali forme di vita ’alloggiano’ nella bocca del vulcano. (ANSA)


Islanda: un altro vulcano minaccia di eruttare, è il Grimsvotn

Sei mesi dopo il caos nei cieli causato dall’Eyjafjoll, un vulcano islandese è tornato a lanciare segnali premonitori di un nuova eruzione: si tratta stavolta del ’Grimsvotn’, che ribolle sotto il ghiacciaio Vatnajokull.

Lo hanno segnalato geologi islandesi preoccupati dall’aumento di portata del Gigja, un corso d’acqua che scende dal ghiacciaio. ’’Il livello delle acque della Gigja e’ triplicato nelle notti scorse’’, ha segnalato un esperto dell’Ufficio di meteorologia islandese, Gunnar Sigurdsson sottolineando che il flusso deriva dal lago formatosi nel cratere del vulcano.


I VULCANI

La vulcanologia è la specializzazione della geologia che studia i processi e fenomeni vulcanici, i loro prodotti (solidi e/o gassosi) le loro morfologie, gli eventi eruttivi a questi correlati, la pericolosità ed il rischio vulcanico.

Un vulcanologo è uno scienziato che si occupa di indagini sui vulcani, attivi e non, utilizzando uno o più metodi inerenti più discipline: la petrologia, la geochimica, la geofisica, la geologia.


Vulcani italiani attivi

Sul territorio Italiano esistono almeno dieci vulcani attivi, ovvero che hanno dato manifestazioni negli ultimi 10.000 anni:
Colli Albani / Campi Flegrei / Vesuvio / Ischia / Stromboli / Lipari / Vulcano / Etna / Pantelleria /
 Isola Ferdinandea.

 
Solo Stromboli e Etna sono in attività persistente, ovvero danno eruzioni continue o separate da brevi periodi di riposo, dell'ordine di mesi o di pochissimi anni. Ma tutti questi vulcani possono produrre eruzioni in tempi brevi o medi.

Questi sistemi vulcanici vengono monitorati tramite sistemi multiparametrici integrati e la raccolta di informazioni circa lo stato di attività è affiancata dallo studio dei dati raccolti nel corso di eventi eruttivi importanti.


Il vulcano è il rilievo formato dalle masse di rocce ignee, cioè quelle rocce che derivano da un magma (o roccia fusa) risalito dall'interno della Terra e solidificato a contatto con l'ambiente esterno. In generale sono vulcani tutte le discontinuità nella crosta terrestre attraverso le quali, con manifestazioni varie, si fanno strada i prodotti dell'attività magmatica endogena: polveri, gas, vapori e materiali fusi solidi. La fuoriuscita di materiale è detta eruzione e i materiali eruttati sono lava, cenere, lapilli, gas, scorie varie e vapore acqueo. Sulla superficie terrestre il 90% dei vulcani sono sottomarini (in gran parte situati lungo le dorsali medio oceaniche) mentre circa 1500 sono quelli oggi attivi sulle terre emerse.

Ciò che è comunemente chiamato vulcano, nella terminologia tecnica è definito edificio vulcanico o cono vulcanico, ma siccome il termine più usato è vulcano , l'edificio vulcanico molto spesso è chiamato così anche in geologia.

I vulcani testimoniano l'esistenza, nelle zone profonde della litosfera, di masse fuse silicatiche naturali dette magmi.

Un generico vulcano è formato da:

una camera magmatica, alimentata dal magma; quando questa si svuota in seguito ad un'eruzione, il vulcano può collassare e dar vita ad una caldera. Le camere magmatiche si trovano tra i 10 e i 50 km di profondità nella litosfera.
un condotto principale, luogo di transito del magma dalla camera magmatica verso la superficie.
un cratere sommitale, dove sgorga il condotto principale.
uno o più condotti secondari, i quali, sgorgando dai fianchi del vulcano o dalla stessa base, danno vita a dei coni secondari.
delle fessure laterali, fratture longitudinali sul fianco del vulcano, provocate dalla pressione del magma. Esse permettono la fuoriuscita di lava sotto forma di eruzione fessurale.


Classificazione dei vulcani
Il Vesuvio, a pochi Km da Napoli Etna, Cratere di Sud-Est, eruzione del 2006I vulcani possono essere classificati in base al tipo di apparato vulcanico esterno o al tipo di attività eruttiva: entrambe queste caratteristiche sono strettamente legate alla composizione del magma e della camera magmatica (e quindi della lava che emettono). Tale classificazione è detta Classificazione Lacroix dal geologo francese Alfred Lacroix che per primo la ideò.

In base al tipo di apparato vulcanico esterno
Considerando il tipo di cono vulcanico si hanno 2 tipi di vulcani:

Vulcani a scudo
Vulcani a cono (o stratovulcani)

Vulcani a scudo
Un vulcano a scudo presenta fianchi con pendenza moderata, ed è costruito dall'eruzione di lava basaltica fluida. La lava basaltica tende a costruire tali enormi coni a bassa pendenza in quanto la sua scarsa viscosità le consente di scorrere agevolmente sul terreno o sotto di esso, nei tubi di lava, fino ad arrivare a molti km di distanza senza consistente raffreddamento. I maggiori vulcani del pianeta sono vulcani a scudo. Il nome viene dalla geometria degli stessi, che li fa assomigliare a scudi appoggiati al terreno.

Il più grande vulcano a scudo del mondo si trova nelle Hawaii, il suo nome è Mauna Loa. È alto circa 4000 m s.l.m. ma la sua base è situata 5000 metri sotto il livello del mare, perciò la sua altezza effettiva è di 9000 metri, mentre il suo diametro alla base è di circa 250 km.


Vulcani a cono - Stratovulcani
Vulcano (Isole Eolie). Troviamo un vulcano a cono quando le lave sono acide. In questi casi il magma è molto viscoso e trova difficoltà nel risalire, solidificando velocemente una volta fuori. Alle emissioni laviche si alternano emissioni di piroclastiti, materiale solido che viene sparato fuori e che, alternandosi con le colate, forma gli strati dell'edificio. Eruzioni di questo tipo possono essere molto violente (come quella del Vesuvio che seppellì Pompei), poiché il magma tende ad ostruire il camino vulcanico creando un “tappo”; solo quando le pressioni interne sono sufficienti a superare l'ostruzione l'eruzione riprende (eruzione di tipo vulcaniano), ma nei casi estremi ci può essere un'esplosione che può arrivare a distruggere l'intero vulcano (eruzione di tipo peleèano). Il vulcanismo di questo tipo è presente lungo il margine continentale delle fosse o dei sistemi arco-fossa, dove il magma proviene dalla crosta, dove le rocce sono di composizione più eterogenea.

In base al tipo di attività eruttiva
A grandi linee distinguiamo vulcani rossi e vulcani grigi.

Nello specifico, considerando il tipo e la potenza dell' attività eruttiva di un vulcano si hanno:

Vulcani ad eruzione di tipo Hawaiano
Vulcani ad eruzione di tipo Islandese
Vulcani ad eruzione di tipo Stromboliano
Vulcani ad eruzione di tipo Vulcaniano
Vulcani ad eruzione di tipo Vesuviano
Vulcani ad eruzione di tipo Pliniano e Peleano (Ultra-Pliniano)
... Grandi caldere ("Supervulcani")


Tipo hawaiano
Le eruzioni non sono riconducibili alla tettonica, cioè non sono dovute a movimenti della placca quanto piuttosto a dei fenomeni che vedono il magma risalire dai pennacchi caldi fino ai punti caldi (hot spot); la sommità del vulcano è occupata da una grande depressione chiamata caldera, limitata da ripide pareti a causa del collasso del fondo. Altri collassi avvengono all'interno della caldera, creando una struttura a pozzo. La lava è molto basica e perciò molto fluida, essa produce edifici vulcanici dalla tipica forma a "scudo, con debolissime pendenze dei rilievi.

Tipo islandese
Vulcano islandese fissurale. Sono chiamati anche vulcani fissurali poiché le eruzioni avvengono attraverso lunghe fenditure e non da un cratere circolare. Le colate, alimentate da magmi basici ed ultrabasici, tendono a formare degli altopiani basaltici (platéaux basaltici). Al termine di un'eruzione fissurale (o lineare), la fessura eruttiva può sparire perché ricoperta dalla lava fuoriuscita e solidificata, fino a che non riappare alla successiva eruzione. Gli esempi più caratteristici si trovano in Islanda, da cui la particolare denominazione del tipo; un ottimo esempio di eruzione di vulcano islandese è quella del Laki del 1783, una delle più famose eruzioni vulcaniche della storia europea.

Tipo stromboliano
Magmi basaltici molto viscosi danno luogo ad un'attività duratura caratterizzata dalla emissione a intervalli regolari di fontane di lava e brandelli di lava che raggiungono centinaia di metri di altezza e dal lancio di lapilli e bombe vulcaniche. La ricaduta di questi prodotti crea coni di scorie dai fianchi abbastanza ripidi. Stromboli, l'isola-vulcano dal quale prende il nome questo tipo di attività effusiva, è in attività da due millenni, tanto da essere noto, sin dai tempi delle prime civiltà, come il "faro del Mediterraneo".

Tipo vulcaniano
Dal nome dell'isola di Vulcano nell'arcipelago delle Eolie. Sono eruzioni esplosive nel corso delle quali vengono emesse bombe di lava e nuvole di gas cariche di ceneri. Le esplosioni possono produrre fratture, la rottura del cratere e l'apertura di bocche laterali.

Tipo vesuviano (o sub-pliniano)
Dal nome del vulcano Vesuvio, è simile al tipo vulcaniano ma con la differenza che l'esplosione iniziale è tremendamente violenta tanto da svuotare gran parte della camera magmatica: il magma allora risale dalle zone profonde ad alte velocità fino ad uscire dal cratere e dissolversi in minuscole goccioline. Quando questo tipo di eruzione raggiunge il suo aspetto più violento viene chiamata eruzione di tipo pliniano (in onore di Plinio il Giovane che per primo ne descrisse lo svolgimento, nel 79 d.C.)

Tipo pliniano (e peleano)
Le eruzioni sono prodotte da magma molto viscoso. Si formano frequentemente nubi ardenti, formate da gas e lava polverizzata. Sono eruzioni molto pericolose che si concludono generalmente con il collasso parziale o totale dell'edificio vulcanico o con la fuoriuscita di un tappo di lava detto spina vulcanica o duomo. In alcuni casi si verificano entrambi i fenomeni. Gli apparati vulcanici che manifestano questo comportamento eruttivo sono caratterizzati dalla forma a cono. Queste eruzioni prendono il nome da Plinio il giovane che per primo descrisse questo tipo di eruzione osservando l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che sommerse di ceneri Pompei ed Ercolano. Una variante dell'eruzione Pliniana è la Peleana:
se durante un'eruzione Pliniana il corpo principale della nube ardente esce dal cratere sommitale e va verso l'alto, durante un'eruzione Peleana (che prende il nome dal vulcano La Pelée della Martinica), il vulcano erutta non centralmente dal cratere ma lateralmente smembrando parte dell'edificio vulcanico.
Tale eruzione ha effetti devastanti concentrati nella direzione di eruzione della nube ardente principale che può arrivare fino ad oltre 20 km dall'edificio vulcanico (come accaduto nel 1980 nell'eruzione
del St. Helens).

Altre varianti dell'eruzione Pliniana sono le eruzioni Ultra-Pliniane (o Krakatoiane): questo tipo di eruzioni si caratterizzano sia per avere un indice di esplosività ancora maggiore, che può arrivare a distruggere completamente l'edificio vulcanico (ne sono un esempio il Krakatoa o il Santorini), sia soprattutto per le enormi quantità di ceneri vulcaniche che vengono emesse. Le esplosioni di questo tipo, in base alla grande quantità di cenere che rimane in sospensione in atmosfera, ha ripercussioni più o meno grandi sul clima mondiale negli anni successivi all'eruzione.

Grandi caldere ("Supervulcani")
Pur non essendo riconosciuti come veri e e propri vulcani, merita un discorso a parte il caso delle 7-8 grandi caldere individuate sulla superficie terrestre. Tali strutture si caratterizzano per non avere un edificio vulcanico quanto semmai una depressione di origine vulcanica (detta caldera), che ricopre un'area molto vasta, 10-15 km o più. All'interno della caldera è possibile notare lo sviluppo di vari crateri più o meno formati. Non è mai stata osservata un'eruzione di questo tipo di caldere (che hanno periodi di eruzione di centinaia di miglia di anni) ed oggi tali aree sono soggette solo ad un vulcanismo di tipo secondario (geyser, fumarole, sorgenti termali,...). Gli esempi più noti di questo tipo di apparati sono il parco delle Yellowstone, I campi Flegrei, il lago Toba.

Caldere e vulcani attivi [modifica]
I vulcani attivi possono essere sventrati da esplosioni e sprofondare nella camera magmatica sottostante a causa del crollo della volta. La depressione conseguente al collasso dell'edificio vulcanico è chiamata caldera (termine spagnolo che vuol dire "pentolone"). Un esempio di caldera sono i Campi Flegrei, in Campania o la caldera di Santorini sul mar Egeo. Se l'azione riprende con la ricostruzione dell'edificio vulcanico all'interno della caldera, l'intera struttura è detta vulcano a recinto. La caldera più grande non si trova sulla Terra, ma su Marte. Essa appartiene al Monte Olimpo. Si hanno vulcani attivi (in fase solfatarica, permanente moderata o in eruzione), vulcani quiescenti e vulcani spenti.

Sulla Terra esistono circa 700 vulcani attivi subaerei, di cui il 60% concentrato attorno al Pacifico a formare la cosiddetta "cintura di fuoco".

I vulcani considerati attivi in Italia sono dieci: il Vulcano Laziale, corrispondente all'area dei Colli Albani nel Lazio; il Vesuvio, i Campi Flegrei, Ischia e Procida in Campania; l'Etna, lo Stromboli, Lipari, Vulcano e Pantelleria in Sicilia.

I vulcani esplosivi sono situati in zone orogenetiche, quelli effusivi ai margini di zolle contigue in allontanamento.

Laghi vulcanici
I laghi vulcanici si originano quando forme vulcaniche negative come crateri di vulcani sia spenti che quiescenti o caldere generate in vario modo dall'attività vulcanica vengono parzialmente o completamente riempite dalle acque meteoriche o sorgive. Per esempio, il Crater Lake (Oregon) è un lago ospitato in una caldera formatasi quando la cima del Monte Mazama collassò circa 6600 anni fa.
 Ne troviamo alcuni anche in Italia, soprattutto nel Lazio e Campania (Lago di Bolsena, Lago di Vico, Lago di Bracciano, Lago Albano, Lago di Nemi, Lago d'Averno). La presenza di un lago all'interno del cratere di un vulcano non estinto ne aumenta notevolmente il rischio vulcanico associato, inteso come potenziale distruttivo del vulcano. La ripresa della attività vulcanica può innescare infatti sia colate di fango calde (lahars caldi), che scendono ad alta velocità lungo i fianchi del vulcano con effetti catastrofici, che iniziali fenomenologie esplosive di tipo idromagmatico,anche molto intense, per interazione violenta acqua - magma e conseguente brusca frammentazione del magma anche quando questo è povero di componenti volatili primari.

Studio dei vulcani
Eruzione dello Stromboli (1980)Per la loro grandiosità di manifestazione, erano oggetto di studio fin dall'antichità. Platone ammetteva l'esistenza di un fiume sotterraneo di fuoco, il Piroflegetonte, che nel vulcano trovava uno sfogo. Seneca indicava quale causa di eruzioni e terremoti, la penetrazione dell'acqua nel sottosuolo, quando l'acqua raggiungeva la materia incandescente, liberava vapore a forte tensione. Nel 79 d.C., Plinio il Giovane descrive l'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Ercolano e Stabia in cui perse la vita lo zio Plinio il Vecchio. Ma la vera scienza che studia i vulcani, la vulcanologia, nasce solo nel XVII secolo, quando i naturalisti si interessarono alle eruzioni del Vesuvio (1631) e dell'Etna (1669).

La scienza ottiene progressi decisivi con gli studi di Spallanzani e quindi nel XIX secolo, con l'aiuto della petrografia. L'origine dei vulcani viene spiegata con varie teorie, di cui due importanti e opposte fra loro:

la teoria dei crateri di sollevamento di De Buch
la teoria dell'accumulazione esterna di Scrope e Spallanzani.
Nella teoria di De Buch, i vulcani sarebbero originati dal magma che solleverebbe gli strati esterni della terra formando dei coni, che poi si romperebbero in alto formando i crateri. Nella seconda teoria, i vulcani sarebbero dovuti ad accumulo di materiale solido emessi o proiettati dal condotto vulcanico.

Il calore che viene prodotto all'interno esercita una pressione uniforme su tutta la crosta, e dove è più sottile cederebbe, facendo fuoriuscire il magma, causando la nascita dei vulcani.

Attività dei vulcani
Vulcano Arenal in Costa Rica (2004)Il magma risale attraverso il mantello e/o la crosta perché meno denso delle rocce circostanti (risalita per galleggiamento). Durante la risalita, per effetto della diminuzione della pressione, i gas che sono sciolti nel fuso essolvono determinando una ulteriore diminuzione della densità. Nella crosta terrestre il magma può accumularsi, raffreddare e solidificare, oppure risalire fino alla superficie della terra dando luogo ad una eruzione. Le eruzioni possono essere di diverso tipo: possono dar luogo a fenomeni esplosivi, dove ceneri e lapilli vengono proiettati fino a decine di km al di sopra del cratere e si depositano fino a centinaia di chilometri di distanza dal centro eruttivo, o effusivi, se il magma fuoriesce formando una colata lavica che si propaga per distanze minori (decine di metri fino ad alcuni km dal centro eruttivo).

Una delle caratteristiche che influenzano la tipologia di eruzione è la viscosità del magma, che dipende dal contenuto di silicio, che legandosi con l'ossigeno forma molecole che tendono continuamente a legarsi tra loro e a formare catene indistruttibili. Se il magma ha più del 60% di silice [SiO2] è
considerato viscoso e darà luogo con maggiore probabilità ad una eruzione esplosiva, se invece il magma ha meno del 50% di silice verrà probabilmente eruttato con dinamica effusiva ed emesso sotto forma di colate laviche.

Il vulcanismo secondario
Il vulcanismo secondario rappresenta una serie di fenomeni che sono la manifestazione secondaria dell'attività di un vulcano. Questi fenomeni prendono origine a causa della presenza di magma in prossimità del suolo che, raffreddandosi, determina la liberazione di gas o il riscaldamento delle acque del sottosuolo, con conseguente emissione di gas e vapor d'acqua. Esempi sono le fumarole, i geyser, le sorgenti termali, i soffioni, le mofete, le solfatare, ecc. Un altro fenomeno di vulcanismo secondario è il bradisismo, che consiste nel lentissimo movimento verticale del terreno.

Il magma
Il magma è una miscela costituita da roccia fusa, in quantità variabile, ossidi di silicio, alluminio, ferro, calcio, magnesio, potassio, sodio e titanio; minerali, e da gas disciolti, soprattutto acqua, ma anche anidride carbonica, acido fluoridrico, acido cloridrico, idrogeno solforato, che sono molto pericolosi. La sua temperatura è molto elevata, compresa tra i 800 e i 1200 °C. Quando il magma ha perso la maggior parte del suo contenuto originario in gas, non può più eruttare in modo esplosivo, viene detto lava.-

Gli aspetti positivi dei vulcani
I vulcani sono stati partecipi di violente eruzioni, che hanno contribuito alla distruzione di numerose civiltà. I vulcani presentano, comunque, un aspetto meno critico; in effetti, sono essenziali nella creazione, in un pianeta, della vita.

Molti scienziati, appunto, tendono ad identificarli come i creatori degli oceani e dell'atmosfera terrestre, tramite l'emissione e successiva condensazione di gas e vapori, emessi nel corso dei millenni. Anche gli strati di cenere che coprono i terreni intorno ai vulcani hanno un'azione benefica. Le particelle che li compongono, frantumandosi, liberano alcuni fertilizzanti, come il potassio o il fosforo, essenziali per l'agricoltura.

Vulcani e Clima
Eruzione vulcanica Eruzione del Pinatubo nel 1991I vulcani hanno creato l'atmosfera terrestre, senza di essi non esisterebbe ne l'atmosfera ne gli oceani ne la vita sulla Terra .

Con l'attività dei primi vulcani sono fuoriuscite grandi quantità di lava, gas e vapori che hanno formato l'atmosfera primitiva della Terra. In seguito, quando la temperatura della Terra è diminuita, il vapore acqueo è condensato e attraverso la pioggia ha formato l'intera idrosfera terrestre: si gettarono così le basi per la nascita della vita sulla Terra. Grazie poi all'azione dei vari organismi viventi (batteri, piante e animali) l'atmosfera si è arricchita di vari gas fino ad arrivare a come la troviamo oggi.

Ancora oggi, durante un'eruzione vulcanica, vengono immesse in atmosfera enormi quantità di materiali. La nube vulcanica, oltre che polveri e ceneri, contiene anche vapore acqueo (60% circa) e altri gas come anidride carbonica (10-30% circa) o anidride solforosa che è senz’altro uno dei più importanti. Polveri e gas vengono iniettate nell'aria e ci rimarranno per un lungo periodo data la loro volatilità e leggerezza viaggiando secondo i sistemi di circolazione principali e finendo alla fine per interessare l'intero pianeta. Gli scienziati riconoscono una stretta correlazione tra grandi eventi eruttivi e variazioni climatiche. Le grandi eruzioni vulcaniche, immettendo ingenti quantità di aerosol nella stratosfera, producono una diminuzione della temperatura media sulla superficie terrestre, con effetti sensibili sul clima globale.

Le ingenti quantità di polveri e gas riflettono una buona fetta delle radiazioni solari in arrivo causando un abbassamento della temperatura media su vaste regioni. L'eruzione del vulcano Tambora in Indonesia, avvenuta nel 1815, immise nell'atmosfera una quantità di ceneri tale da causare la completa oscurità per tre giorni per un raggio di 500 km intorno al vulcano. La permanenza delle particelle di cenere e gas in sospensione causò l'abbassamento della temperatura media mondiale di più di un grado con forti danni per l'agricoltura, tanto che il 1816 fu conosciuto come l'anno senza estate e come l'anno della grande carestia. Il meccanismo fondamentale messo in atto in seguito ad una eruzione vulcanica consiste nella formazione in stratosfera di acido solforico dai gas emessi dal vulcano. L’acido solforico viene a trovarsi in soluzione acquosa sotto forma di minuscole gocce. L’effetto predominante di questa nube è quello di riflettere la radiazione solare il che, in assenza di altri meccanismi, provocherebbe un raffreddamento della parte bassa dell’atmosfera e quindi della superficie. Un'altra grande eruzione fu quella del Pinatubo verificatasi il 15 giugno 1991 nelle Filippine. L'attività eruttiva è durata circa 9 ore ed ha eiettato in atmosfera circa 7 chilometri cubi di materiale. Si ritiene che quella del Pinatubo sia per importanza seconda solo all'eruzione del 1883 del Krakatoa. La ridotta radiazione solare alla superficie terrestre, a causa degli aerosol prodotti, provocò una diminuzione della temperatura di circa 0.4 °C su gran parte della Terra per gli anni 1992-1993. Questo effetto ha superato di gran lunga il previsto effetto serra di origine antropica. Negli stessi anni si è anche assistito al più basso livello di ozono mai registrato. Vi sono quindi due effetti da considerare e cioè l’emissione di gas serra come la CO2 da un lato e l’emissione di SO2 dall'altro che combinandosi con l’acqua tende a formare acido solforico e quindi a diffondere la radiazione incidente.

Altri sforzi vengono fatti per capire quale siano le emissioni diffuse dei vulcani: un vulcano emette gas (soprattutto vapore acqueo e CO2) non solo quando erutta dai crateri ma direttamente dai fianchi dell'edificio vulcanico. Tali emissioni avvengono continuamente giorno dopo giorno e in maniera diversa a seconda dell'attività che attraversa un vulcano e per questo sono difficili da misurare.

Altre importanti relazioni sono state trovate tra eruzioni vulcaniche ed il fenomeno noto come buco dell'ozono: le eruzioni vulcaniche emettono, tra le altre cose, diverse particelle che possono interagire con l’ozono, tra cui acido cloridico, aerosol e cloro. Queste sono in grado, quando raggiungono lo strato di ozono, di ridurlo in maniera significativa. Tale correlazione tra vulcani e ozono è stata osservata e misurata dopo alcune grandi eruzioni vulcaniche .

Studi condotti nel 2010 dalla Woods Hole Oceanographic Institution in cooperazione con la NASA hanno evidenziato per la prima volta sotto i ghiacci eterni dell’Artico (grazie all'uso di telecamere robot sottomarine), una enorme attività vulcanica che ha sorpreso i ricercatori. I risultati, riportati sulla rivista "Nature", hanno evidenziato la presenza di decine di vulcani che, a quattromila metri di profondità, emettono magma e nubi ardenti alla velocità di 500m/s che si mescolano con l’acqua gelida e formano grandi nuvole sottomarine di particolato vulcanico che poi si depositano in uno spesso tappeto esteso per chilometri.

La colossale attività geotermica si accende e si spegne sotto i ghiacciai dell’Artico in maniera del tutto naturale e questo sembra essere in forte correlazione con la variabilità areale dei ghiacciai artici spesso messe in relazione solo con la variazione dei gas serra.

Nonostante gli sforzi che si fanno per capire in quale direzione stia andando il nostro clima, le risposte sono ancora molto incerte. L'unica certezza è che la natura tende sempre ad autoregolarsi ed i meccanismi con cui effettua questa operazione sono talmente complessi da sfuggire ad una completa e verosimile comprensione anche da parte dei più illustri scienziati.
 

 


 Stromboli: chiarito il meccanismo delle eruzioni

C’e’ un comportamento eruttivo dello Stromboli, definito ’parossistico’ dai vulcanologi, che si ripete a intervalli non regolari di qualche anno o piu’, ed e’ caratterizzato da violente esplosioni, lanci di bombe vulcaniche e lapilli, e formazione di una colonna eruttiva di gas e ceneri fino a 2-3 km d’altezza.

Le ultime due volte si e’ verificato il 5 aprile 2003 e il 15 marzo 2007, e ha provocato, come gia’ in passato, notevoli danni ai beni dell’isola e gravi disagi alla popolazione esposta. Dopo una minuziosa analisi dei vari dati strumentali raccolti in occasione delle ultime due crisi parossistiche, un gruppo di sei ricercatori dell’INGV e di altri istituti scientifici (Sonia Calvari, Letizia Spampinato, Alessandro Bonaccorso, Clive Oppenheimer, Eleonora Rivalta, Enzo Boschi) ha chiarito i meccanismi che precedono il temibile evento esplosivo, elaborando uno specifico modello di comportamento dello Stromboli.

E’ stato chiarito, infatti, che in entrambi i casi, l’esplosione parossistica e’ arrivata dopo la risalita fino ai crateri sommitali e il riversamento nella Sciara del Fuoco di una quantita’ di lava valutata in circa 4 milioni di metri cubi. Questo flusso ha provocato lo svuotamento dei condotti piu’ superficiali del vulcano e una decompressione che ha avuto come conseguenza il richiamo di magma fresco e ricco di anidride carbonica e altri elementi volatili dal serbatoio del vulcano, a oltre 6 km di profondita’. Un magma siffatto, risale tumultuosamente lungo i condotti e si riversa con violenza all’esterno, proprio come un fiotto di spumante dopo che e’ saltato il tappo. Quale importanza riveste, sia dal punto di vista scientifico che della protezione civile, la messa a punto del vostro modello che spiega il comportamento parossistico di Stromboli?. ’’Aver rilevato che un volume specifico di magma viene eruttato prima dei parossismi recenti (2003 e 2007) - spiega la ricercatrice Sonia Calvari della sede INGV di Catania - implica la possibilita’ di prevedere questi eventi, se riusciamo a misurare giornalmente il magma eruttato durante le fasi effusive. Queste misure del tasso eruttivo vengono condotte giornalmente, durante le crisi effusive, per mezzo del monitoraggio con telecamere termiche portatili utilizzate da elicottero, mezzo quest’ultimo solitamente messo a disposizione dalla Protezione Civile.

Questa metodologia e’ stata messa a punto gia’ nel 2003, ed applicata alle crisi eruttive 2003 e 2007. Gli enormi volumi di materiale eruttivo che dallo Stromboli si riversano lungo la Sciara del Fuoco e poi in mare hanno anche evidenziato la possibilita’ di tsunami collegati a questi eventi. Spiega la ricercatrice Sonia Calvani: ’’Con un sistema di monitoraggio integrato e multidisciplinare ci si difende da questo rischio che coinvolge la sismicita’, le misure di deformazione del suolo, le caratteristiche petrologiche dei magmi eruttati e geochimiche dei gas emessi dai crateri sommitali, possiamo riconoscere ogni piccola variazione nello stato del vulcano. A questi molteplici strumenti di misura si associa un sistema di allerta sonoro, messo a punto dalla Protezione Civile, per avvisare gli abitanti in caso di pericolo. Quando questo si attiva, esistono nell’isola di Stromboli dei cartelloni che indicano i percorsi da seguire per mettersi rapidamente al sicuro, in zone ubicate oltre i 10 m di quota’’. (ASCA
 



Ecuador, allarme per il risveglio del vulcano Tungurahua

Evacuati gli abitanti di Banos. L’ultima eruzione del Tungurahua, nell’agosto 2006, fece sei morti e distrusse centinaia di case.

Banos, 4 dicembre 2010 - Le autorità hanno ordinato un’evacuazione "preventiva" della città di Banos alle porte della foresta amazzonica, dal momento che il vulcano Tungurahua sembra vicino ad una potente eruzione. L’ultima eruzione del Tungurahua, nell’agosto 2006, fece sei morti e distrusse centinaia di case.

I punti caldi vulcanici del mondo sembrano pulsare insieme, come un unico, gigantesco battito planetario, al ritmo di 5 e 10 milioni di anni, secondo i ricercatori di Norvegia, Hawaii e Australia. La scoperta suggerisce che i punti caldi rispondano a fluttuazioni regolari, che provengono dal cuore del pianeta e attraversano il mantello, fino ad uscire alla superficie, creando particolari punti di eruzione (come la “cintura di fuoco”), ognuno dei quali ha alle spalle una lunga storia eruttiva, lasciando una scia di vulcani morti, costituiti da rocce sempre più antiche. Questo è in contrasto con altri tipi di vulcano, causati da movimenti tettonici. La tettonica a placche, come riferisce il geologo Mike Coffin, dell’Università della Tasmania, in Australia, non spiega i punti caldi, che restano, quindi, un enigma nelle scienze della Terra, connessi spesso a vaste eruzioni, che hanno coperto di lava estese aree e che sembrano legate ad alcune delle più grandi estinzioni di massa della storia. La scoperta della pulsazione simultanea dei punti caldi e giunta dopo che i geologi hanno osservato i loro tempi di eruzione, che sono ritenuti causati da pennacchi di calore provenienti dalle profondità terrestri. Tra i più famosi punti caldi, vi sono le Hawaii, Yellowstone, Islanda, Isola di Pasqua, la Réunion, Tristan, le Galapagos, Samoa, Ontong Java, Tasmantid, le isole Società, le Azzorre, Madeira, le Isole Canarie, le isole di Capo Verde, Sant’Elena, Keuguelen dell’Oceano Indiano, Afar-Kenya e alcuni punti caldi opposti. Il team ha trovato picchi di eruzione a 10, 20, 30, 40, 49 e 40 milioni di anni fa. Una seconda serie a 4, 15, 34, 45 e 65 milioni di anni fa. Analizzando tali dati, ne consegue un periodo di pulsazione eruttiva di circa 10 milioni di anni, con un periodo secondario di 5. I risultati dovranno essere confermati …



01.12.2010
Attività dei vulcani Siciliani nel mese di Novembre
Etna, Stromboli, Vulcano



Etna
Durante il mese di novembre 2010, l’Etna ha continuato di mostrare chiari segni di inquietudine.

In particolare, al Cratere di Nord-Est (CNE) è avvenuto un notevole incremento dell’attività, che da diversi mesi era stata caratterizzata da esplosioni profonde. Nel corso di un sopralluogo effettuato da personale INGV-CT il 12 novembre, si sono osservate frequenti emissioni di vapore misto con cenere, ad intervalli di 1-2 minuti. Nella mattinata del 14 novembre novembre si è osservato un aumento sia della frequenza che del volume delle emissioni di cenere dal medesimo cratere. Tali emissioni hanno generato degli sbuffi alti alcune centinaia di metri; successivamente il vento ha spinto la cenere formando una lunga striscia prima verso sud-ovest (14 novembre), poi verso nord-est (notte fra il 14 e il 15 novembre), ed infine verso est (15 novembre). Le emissioni sono avvenute in maniera intermittente, alternandosi con periodi di emissione di gas e vapore bianco.

Un sopralluogo è stato effettuato in giornata 15 novembre da personale INGV-Catania, per osservare l’attività del CNE ed il carattere dei depositi di cenere nei dintorni. L’area intorno al cono del CNE (soprattutto il lato settentrionale della Voragine) era coperta da alcuni millimetri di cenere di colore marrone. Sull’orlo del CNE stesso, il deposito raggiungeva spessori di oltre 1 cm, soprattutto sul lato orientale, ed era di colore grigio scuro. Durante la permanenza sull’orlo del CNE si è osservata un’attività di emissioni di cenere molto modesta, accompagnata da profondi sibili quasi continui e a volte più forti.

Sul fondo della depressione craterica è stata presente da più di un anno una bocca aperta degassante, che aveva fino alla più recente visita al CNE in ottobre, un diametro di circa 25 m. Tale bocca si è notevolmente allargata, raggiungendo un diametro di almeno 75 m. Le emissioni di cenere da questa bocca sono avvenute in maniera discontinua, talvolta piuttosto passive, talvolta con molta violenza. Le pareti interne del cratere erano ricoperte di cenere di colore marrone rossastro. Non si è osservato materiale più grossolano né nei depositi né nelle emissioni.

Un’analisi effettuata presso il Laboratorio di Sedimentologia e Microscopia Ottica su un campione di cenere raccolto sull’orlo del CNE ha rivelato che l’80 % del campione consisteva in clasti con dimensioni comprese tra 0.25 e 1 mm. La cenere era costituita in gran parte da particelle juvenili (67 %), la maggior parte delle quali rappresentate da frammenti di tachilite (61 %). La frazione litica costituiva il 19 % del campione, mentre il restante 14 % era formato da cristalli, prevalentemente di plagioclasio.

Nella seconda metà di novembre non sono avvenute ulteriori emissioni di cenere dal CNE, mentre le emissioni periodiche di sbuffi di vapore sono continuate. Sono continuati anche i segnali sismici che hanno caratterizzato l’attività esplosiva profonda nei mesi precedenti.

Sono possibilmente avvenute ulteriori emissioni di cenere dalla bocca occidentale (BN-1) della Bocca Nuova, causate sia da collasso delle pareti crateriche che da esplosioni. Si sono registrate alcuni eventi sismici dalle caratteristiche simili a quelle che hanno accompagnato gli eventi nei mesi precedenti, ma eventuali emissioni di cenere non sono state visibili dovuto alle avverse condizioni meteorologiche. L’evento più significativo è avvenuto nelle prime ore dell’1 novembre.

Sono continuate le intense emissioni di gas dalla depressione craterica (“pit crater”) ubicata sul basso versante orientale del cono del Cratere di Sud-Est. Dei sopralluoghi effettuati il 12 e 15 novembre dal personale INGV-CT hanno rivelato che l’emissione continua di avvenire da una bocca aperta posta alla base della parete occidentale del “pit crater”, producendo occasionalmente dei sibili udibili fino ad 1 km di distanza. Nella prima metà di novembre dal “pit crater” sono avvenute anche delle piccole emissioni di cenere, che è stata campionata ed analizzata presso il Laboratorio di Sedimentologia e Microscopia Ottica. L’analisi ha rivelato un contenuto minore (11%) di materiale juvenile (2% sideromelano e 9% tachilite). Un’attività fumarolica intensa continuava anche da una estesa area sull’alto fianco orientale del cono del Cratere di Sud-Est.

Stromboli
Lo Stromboli attualmente si trova in uno stato di attività eruttiva persistente, con esplosioni di medio-bassa entità da diverse bocche eruttive nell’area craterica sommitale. Nel mese di novembre 2010, l’attività si è svolta con maggiori fluttuazioni, generando piccole colate laviche intracrateriche nei primi giorni del mese.

Dopo l’intensa attività del 17-24 ottobre, che aveva prodotto una prima colata lavica intracraterica da una bocca (S1) nell’area craterica meridionale (area S) della terrazza craterica, un nuovo episodio di spattering intenso è avvenuto dalla stessa bocca S1 nella giornata del 30 ottobre. Tale attività ha preceduto una nuova piccola colata lavica, che dalla bocca S1 si è espansa verso sud-est, per riversarsi nella depressione craterica dell’adiacente bocca S2. Ulteriori episodi di spattering intenso sono avvenuti dalla bocca S1 il 2 e 5 novembre; il primo di questi ha generato una nuova colatina di lava che ha preso l’identico percorso di quella precedente. Dal 5 novembre, S1 non ha mostrato attività di rilievo. È proseguita l’attività alla bocca S2 e da una bocca nell’area craterica settentrionale (area N) della terrazza craterica, con esplosioni di materiale grossolano lanciato fino ad oltre 100 m sopra le bocche. Nel corso del mese, la frequenza delle esplosioni da queste bocche è variata, da 1-2 eventi/h (bocca N, nella prima settimana di novembre) a 17-18 eventi/h (bocca S2, il 28 novembre), con picchi di 23 eventi/h.

Vulcano
Vulcano attualmente si trova in uno stato di quiescenza. Durante il mese di novembre 2010, le temperature delle fumarole, misurate sull’orlo craterico, sono rimaste su valori stabili.
Non si osservano anomalie nei parametri geochimici nelle zone più periferiche (suoli dell’area di Vulcano Porto e acquiferi termali)


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28/06/2011 scritto da BATENZO