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   vulcanologia



NEWS Gennaio 2011
 



L’Etna sta eruttando nuovamente: le prime avvisaglie le avevamo avute nella serata di martedì, quando il tremore vulcanico aveva fatto registrare un lieve incremento rispetto alla routine quotidiana.


Non ci si poteva ancora aspettare lo spettacolo che si sarebbe scatenato nelle ore successive: già nella mattinata di mercoledì, il tremore è aumentato ulteriormente in ampiezza e intensità finchè poi, nella serata, s’è scatenata una meravigliosa eruzione parossistica/effusiva dal "pit-crater", sul fianco orientale del cono del cratere di sud/est, affacciato proprio sullo Jonio.
Il tremore dei condotti interni del vulcano è aumentato e resta su valori alti: significa che nelle ’viscere’ dell’Etna il sistema è carico di energia e i canali sotterranei sono pieni di magma in movimento. I segnali registrati in questi ultimi giorni ricordano le fasi preliminari delle eruzioni del 2006 e del 2007, con la fuoriuscita di colate ad alta quota che si sono riversate nella desertica Valle del Bove.

Questo tipo di eruzioni sono abbastanza frequenti per l’Etna, e di solito durano tra le 7 e le 10 ore per poi ripetersi almeno un paio di volte a distanza di qualche giorno.
Dopotutto prevedere la durata delle fasi più intense, e spettacolari, delle eruzioni è assolutamente impossibile.

Una cosa è certa: si tratta di un fenomeno assolutamente innocuo, perchè la lava che fuoriesce dal cratere vulcanico va a finire in un’area desertica proprio perchè abituata molto spesso a colate di questo tipo. Inoltre questa continua attività conferma ancora una volta che passano gli anni ma l’Etna decide di sfogare la sua "furia" in modo ciclico e moderato: sarebbe molto più preoccupante un silenzio di lunghi decenni (vedi Vesuvio) che prima o poi dovrebbe comunque sfociare in modo però molto più brusco, violento e pericoloso.
L’appellativo di "Gigante Buono", per l’Etna, non è certo casuale.

Lo spettacolo dell’eruzione di queste ore è visibile benissimo dalla zona nord di Catania, da Acireale, Giarre, Taormina, Castelmola, Santa Teresa di Riva, Riposto, Mascali e altre località alle pendici orientali del vulcano, ma anche dalla Calabria si vede bene, soprattutto dal Reggino Jonico, da Reggio città verso sud fino a Capo Spartivento.
Anche dalla Sicilia sud/orientale, da Augusta a Siracusa, l’eruzione è parzialmente visibile.
Da Messina, Milazzo, Scilla e dalle zone Tirreniche non si può vedere la lava che erutta verso l’alto e poi scivola a valle, ma si vede comunque il riflesso rosso sulle nubi e sul fumo dell’eruzione, visibile anche dalle mappe satellitari.

E così, magicamente, migliaia di persone stanno ammirando nel corso della notte lo spettacolo del vulcano più alto d’Europa in piena attività: che potenza, la natura! Riesce con un’immagine, con uno scenario così affascinante, a farsi amare e ammirare consentendo di mettere da parte, almeno per qualche minuto, i problemi quotidiani e le varie vicissitudini della vita di ognuno di noi.
In tanti, col naso all’insù e lo sguardo in direzione del vulcano, sono incantati dal suggestivo zampillare della lava color rosso fuoco che, proveniente dalle viscere della terra, si lancia impetuosamente verso l’alto dei cieli, per poi ricadere a valle.
Lì, dove in fondo non è poi tanto lontano da case, villaggi e paesi con storia e tradizioni in funzione del vulcano stesso. Villaggi e paesi che vivono alle pendici dell’Etna in sintonia con la natura e senza paura.
Perchè è sì un Gigante, ma Buono.

Qualche immagine delle fase "clou" dell’eruzione, intorno alle 23:00 di mercoledì sera:



Peggio del Vesuvio, il vulcano sotterraneo nei Campi Flegrei potrebbe distruggere l’intera Europa


Vicino a Napoli un grande vulcano costituisce un gravissimo pericolo: se eruttasse, causerebbe danni infinitamente peggiori rispetto a quelli causati dal Vesuvio ai tempi della sua eruzione gli scienziati lanciano l’allarme.

Duemila anni fa il Vesuvio distrusse Pompei. Oggi, un supervulcano più grande e molto più mortale si nasconde dalla parte opposta di Napoli, nei Campi Flegrei. Se eruttasse, distruggerebbe la vita in tutta l’Europa. Ma gli scienziati britannici si stano scontrando con quelli italiani per il diritto di infilarvi delle aste di perforazione. Tutto è iniziato con uno sciame di mille piccoli terremoti che hanno fatto ondeggiare la terra sotto ai marciapiedi di Napoli.

Come scrive il quotidiano inglese Daily Mail, le ventole per l’aria condizionata sono crollate dai lati degli edifici e le piastrelle sono scivolate giù dalle pareti. All’interno del centro di controllo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, una serie di schermi indicano che i terremoti non sono stati generati dal Vesuvio. Queste scosse stanno provenendo da qualcosa di molto più grande, da uno dei più ampi e pericolosi vulcani del mondo.

I Campi Flegrei, dove si trova il "supervulcano", si trovano a nord ovest del capoluogo campano. Il significato greco del nome vuol dire proprio "campi che bruciano": questo perché sin dall’antichità soggetti a fenomeni vulcanici. Secondo la mitologia greca, sotto questo terreno viveva il dio del fuoco. Sempre qui, si sarebbe tenuta una gigantesca battaglia fra i Titani e gli dei che causò terremoti in tutto il globo (allora conosciuto, ovviamente).

Per gli antichi romani, l’ingresso al mondo dei morti era situar proprio in quest’area. Migliaia di anni dopo, la mitologia è sparita, ma i fenomeni vulcanici sono tutt’ora attivi e assai pericolosi. I Campi Flegrei in realtà si estendono fin sotto al mare, verso le isole di Capri e Ischia. Il problema è proprio questo: quando magma e acqua si uniscono, si hanno conseguenze disastrose molto più potenti di quelle che si hanno con una normale eruzione.

E’ stato il responsabile dell’Osservatorio nazionale di geofisica e vulcanologia , il professor Giuseppe Di Natale, a definire questo complesso un "super vulcano". In grado di distruzione centinaia di volte più devastante di quella che causò il Vesuvio durante l’eruzione che distrusse Pompei. Addirittura, una eruzione di questo supervulcano potrebbe distruggere l’intera Europa. In soldoni, il supervulcano partenopeo avrebbe una potenza di duecento volte superiore a quella del vulcano islandese Eyjafjallajökull che tanti problemi procurò all’intera Europa l’anno scorso.

L’ultima eruzione del supervulcano risale a 39mila anni fa (una decisamente minore si ebbe anche nel 1538) quando si formò il territorio collinare su cui poggia oggi la città di Sorrento. Di fatto, Sorrento si appoggia su un deposito di materiale vulcanico profondo oltre 300 piedi. Se una eruzione analoga dovesse accadere oggi, l’Italia meridionale cesserebbe di esistere, mentre le nuvole di ceneri provocate dall’eruzione coprirebbero i raggi solari e abbasserebbero di conseguenza la temperatura di vaste aree del pianeta.

L’intera Europa ne subirebbe le conseguenze: coperta dalle nuvole di cenere, per il nostro continente si aprirebbe un’era di inverno perpetuo. Un team composto di studiosi e ricercatori inglesi sta lavorando sul posto per capire quante siano le possibilità che questa eruzione mostruosa possa davvero accadere. Negli ultimi trent’anni si è assistito a un fenomeno di continua sollevazione de suolo del zona dovuto ai fenomeni del cosiddetto bradisismo provocati dal vulcano sotterraneo; dalla fine del 1984 è iniziata una fase discendente.

È da notare come nel biennio 1982-84 siano stati rilevati circa 10.000 terremoti, qualche centinaio avvertiti anche dalla popolazione. Per il professor Chris Kilburn, dell’università di Londra, da circa vent’anni residente a Napoli, questo fenomeno potrebbe durare ancora una sessantina d’anni,nel corso dei quali si potrebbe approfittare per studiare in modo esaustivo le possibilità di una futura esplosione dir magmatica. Come? Perforando il terreno e procedendo con gli studi sotterranei. Ma non tutti sono d’accordo: perforare una tale zona magmatica potrebbe risvegliare il "mostro" prima del tempo. Il sindaco Rosa Russo Jervolino ha deciso per il momento di fermare ogni studio e convocare un meeting per decidere quale possa essere la soluzione migliore.



Forti esplosioni sullo Stromboli e tante piccole scosse sismiche tra Eolie, Nebrodi, Etna e Peloritani
Che sta succedendo al sistema geovulcanico del Messinese?


Tra le isole Eolie, il basso Tirreno, i Nebrodi, i Peloritani, lo Stretto e l’Etna si sono verificati, nelle ultime 24 ore, fenomeni di attività vulcanica e tettonica superiori alle medie.

Nella mattinata di domenica 19 dicembre, una forte esplosione è stata registrata sullo Stromboli e avvertita da tutti gli abitanti delle isole dell’arcipelago Eoliano. Addirittura nelle case dell’isola del vulcano, sono tremati i vetri di porte e finestre.
L’esplosione ha prodotto la ricaduta di una notevole quantità di materiale incandescente all’interno della terrazza craterica, senza raggiungere il Pizzo sopra La Fossa, e una consistente emissione di cenere per oltre un chilometro di altezza, che, fortunatamente, è stata dispersa rapidamente verso la Sciara del Fuoco dai forti venti presenti in quota.

L’attività eruttiva del vulcano è aumentata notevolmente dall’inizio di dicembre tanto da produrre, nei giorni scorsi, una colata lavica che era visibile, di notte, dalle isole di Panarea, Salina e Lipari.

Ma a tranquillizzare tutti ci pensano gli studiosi dell’Ingv: "questi episodi rientrano nella normale attività del vulcano", hanno spiegato.
L’evento ha interessato una delle bocche meridionali e dopo dell’esplosione non si è registrata nessuna significativa variazione nell’ampiezza del tremore, che si mantiene sui livelli registrati negli ultimi giorni.

Ricordiamo che dal 2002 è iniziata una nuova fase eruttiva dello Stromboli, e che quindi possono verificarsi episodi simili anche se non sono prevedibili.
Molto più raro e suggestivo è lo scenario che il vulcano ha mostrato nei giorni scorsi, con la neve che ricopriva le parti più alte dell’isola e la lava che, nelle ore notturne, rifletteva il suo colore rosso sulla superficie bianca della neve che imbiancava la cima.
La vista dalla Calabria Tirrenica centro/meridionale è stata davvero mozzafiato.
E adesso che la neve s’è già sciolta tutta per il ritorno del caldo, si aspetta la prossima sfuriata fredda per avere di nuovo uno spettacolo simile.

Intanto la terra trema.
Nella scorsa notte un scossa di magnitudo 2,8 ha interessato il Messinese Tirrenico nei pressi dei litorali di Brolo e Capo d’Orlando.
Domenica sera un’altra scossa di magnitudo 2,6 aveva colpito il basso Tirreno a largo di Spadafora e Villafranca, stavolta più vicino allo Stretto, mentre poche ore prima, in mattinata, una scossa 2,7 aveva interessato il golfo di Patti, a largo di Milazzo.
Tutte e tre queste scosse sono state molto profonde, con un ipocentro di oltre 100km, e quindi appartengono allo stesso fermento tellurico legato all’attività Eoliana.
Un’altra scossa, nel pomeriggio di domenica 19, aveva interessato l’Etna nei pressi di Giarre e Acireale: magnitudo 2,4 richter, ipocentro di appena 4,7km. S’è trattato di tutt’altro tipo di fenomeno, assolutamente non collegato con quanto accade alle Eolie, e riconducibile alla consueta attività dell’Etna.



Ecco la nuova mappa di pericolosità di Vulcano (Eolie)



E’ da poco stata pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Volcanology and Geothermal Research, la nuova mappa di pericolosità di Vulcano (Isole Eolie), in grado di riportare alcuni parametri quantitativi derivanti dall’impatto di eruzioni freatomagmatiche (interazione fra magma e acqua), sul territorio di questa isola.

La mappa e’ frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dell’Universita’ di Bari che ha condotto questo studio sulla pericolosita’ attraverso la combinazione di dati stratigrafici di dettaglio, dati statistici e modellazione fisica. Nota fin dall’antichita’ per un’attivita’ vulcanica ricorrente e potenzialmente pericolosa, l’isola di Vulcano e’ diventata oggetto di nuovi, approfonditi studi sin dal secolo scorso perche’ l’elevato flusso turistico (diecimila turisti in estate) ed il carattere prevalentemente esplosivo delle eruzioni originate dal suo cono attivo (la Fossa di Vulcano), hanno innalzato di molto il livello del rischio vulcanico. Da tempo, era anche noto ai vulcanologi che la complessa storia eruttiva della Fossa era riconducibile ad un regime eruttivo caratterizzato da molteplici eventi esplosivi, ad energia variabile, che hanno quasi costantemente condotto alla formazione di nubi eruttive turbolente capaci di espandersi in tutte le aree dell’isola attualmente abitate. Per disegnare la nuova mappa di pericolosita’, s’e’ reso quindi necessario fare un salto di qualita’ nella comprensione degli effetti distruttivi derivanti dall’arrivo di queste nubi, adottando un nuovo metodo di integrazione di dati di diverso tipo.

Sulla base di una stratigrafia studiata in grande dettaglio, i cinque ricercatori - Gianfilippo De Astis, Pierfrancesco Dellino, Luigi La Volpe, Daniela Mele e Roberto Sulpizio - hanno ricostruito la distribuzione sull’isola dei depositi da flusso piroclastico derivanti da queste eruzioni ed hanno selezionato quelli a piu’ alto impatto negli ultimi 20.000 ! anni, per i quali hanno poi definito alcuni parametri di impatto calcolati usando le caratteristiche fisiche delle particelle dei depositi stessi. Questi parametri sono la pressione dinamica, la concentrazione volumetrica delle particelle delle correnti piroclastiche e l’energia d’impatto dei blocchi balistici. Ed e’ con essi che e’ stata realizzata la carta quantitativa del pericolo presentata nell’articolo. La carta ha una grande importanza sia per la futura pianificazione dello sviluppo dell’isola sia per il calcolo dei danni attesi sull’assetto urbanistico attuale. (AGI)


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28/06/2011 scritto da BATENZO